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Simone Maretti narra "La Sirena" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Montemerano: Guai a chiamarlo attore. Simone Maretti si definisce narratore, e spiega bene la differenza: “l’attore finisce per rubare la scena al personaggio che interpreta, un buon narratore sa stare dietro le storie che racconta”. Laureato in filosofia a Bologna, porta nelle situazioni più diverse – teatri, scuole, biblioteche, associazioni, istituti italiani di cultura nel mondo – i classici della letteratura italiana e non solo. Sabato 24 agosto, alle 21, nel giardino della Biblioteca comunale di storia dell’arte di Montemerano, narrerà un piccolo capolavoro, un racconto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sì, proprio l’autore de Il Gattopardo, rimasto inedito come tutta la sua opera, e pubblicato nel 1971 da Feltrinelli. Lo scrisse negli ultimi mesi di vita, quasi un testamento spirituale, una struggente meditazione sull’amore e sulla morte. La Sirena è infatti considerato uno dei racconti più visionari ed erotici della letteratura italiana del Novecento. In un caffè torinese, nel 1938, si incontrano per caso due siciliani: Paolo Sorbera di Salina, giovane giornalista trasferitosi a Torino per lavorare a La Stampa e un vecchio senatore, Rosario La Ciura, illustre studioso ellenista. Si crea un’amicizia che si fa sempre più fitta e intrigata, finché il vecchio gli rivela la sua straordinaria storia: era ancora giovane e bello come un dio quando, durante una vacanza solitaria in Sicilia, ad Augusta, attirata dalla sua voce che stava declamando versi in greco antico, una sirena si arrampica sulla sua barca. Lighea, creatura ibrida e immortale, gli offre un amore sovrumano ed eterno.
“Il volto liscio di una sedicenne emergeva dal mare… Quell’adolescente sorrideva, una leggera piega scostava le labbra pallide e lasciava intravedere i denti aguzzi e bianchi… Non era però uno di quei sorrisi come se ne vedono tra voialtri. Esso esprimeva soltanto se stesso, cioè una quasi bestiale gioia di vivere, una quasi divina letizia. Dai disordinati capelli color sole, l’acqua del mare colava sugli occhi verdi apertissimi, sui lineamenti di infantile purezza. Sotto l’inguine, sotto i glutei, il suo corpo era quello di un pesce, rivestito di minutissime squame madreperlacee e azzurre, e terminava in una coda biforcuta che lenta batteva il fondo della barca. Era una sirena. Riversa poggiava la testa nelle mani incrociate, mostrava con tranquilla impudicizia i delicati peluzzi sotto le ascelle, i seni divaricati, il ventre perfetto; da lei saliva quel che ho malchiamato un profumo, un odore magico di mare, di voluttà giovanissima… La sua voce era un po’ gutturale, velata, risonante di armonie innumerevoli”.
Messo in scena anche da Luca Zingaretti e inserito nelle proposte della Scuola di scrittura Holden di Torino, “il racconto si svolge tra un piano reale e uno fantastico, grazie alla figura mitologica la cui origine si perde nella notte dei tempi, archetipo femminile primordiale, simbolo sublime e contraddittorio di passione bestiale e divina, di attrazione e terrore”, scrive Federica Funaro sulla rivista online Frammenti. Ogni riga trasuda sensualità e si riveste di riferimenti alla Grecia classica: ricorda il tempo mitico in cui gli dèi parlavano agli uomini di un erotismo cosmico, di quella unità fra eros e natura divina che abbiamo perso lungo i secoli. Così alla fine il vecchio comunica al giovane il segreto della sua esperienza iniziatica: Quelle settimane di grande estate trascorsero rapide come un solo mattino; quando furono passate mi accorsi che in realtà avevo vissuto dei secoli. Quella ragazzina lasciva, quella belvetta crudele era stata anche Madre saggissima che con la sola presenza aveva sradicato fedi, dissipato metafisiche; con le dita fragili, spesso insanguinate, mi aveva mostrato la via verso i veri, eterni riposi, anche verso un ascetismo di vita derivato non dalla rinunzia ma dalla impossibilità di accettare altri piaceri inferiori. (…) non rifiuterò questa specie di Grazia pagana che mi è stata concessa”.