Il mondo cambia, il conto lo paga il lavoro

Mondo multipolare e guerra sistemica: il lavoro al centro del conflitto. Intervento di Massimo Braccini, Segretario generale FIOM CGIL Livorno e Grosseto

Grosseto: Non stiamo vivendo una semplice fase di tensioni internazionali né una nuova “guerra dei dazi”. Siamo dentro un passaggio storico profondo: la crisi dell’ordine unipolare e l’emergere di un mondo multipolare segnato da una guerra sistemica permanente, combattuta su economia, tecnologia, energia e finanza.

Gli Stati Uniti non stanno crollando, ma stanno perdendo centralità. La Cina non sta sostituendo un’egemonia con un’altra, ma sta ampliando il proprio spazio. Il risultato non è un nuovo equilibrio stabile, bensì un sistema globale più instabile, competitivo e conflittuale. E, come sempre accade nelle grandi transizioni del capitalismo, il costo maggiore rischia di ricadere sul lavoro.

La guerra globale entra nei luoghi di lavoro

Questa guerra non è astratta né lontana. Entra ogni giorno nelle fabbriche, nei cantieri, negli uffici. Si manifesta attraverso ristrutturazioni giustificate dall’incertezza dei mercati, delocalizzazioni presentate come riconversioni, compressione dei salari in nome della competitività, precarizzazione strutturale spacciata per modernizzazione. Le catene globali del valore si stanno accorciando e regionalizzando, ma non a vantaggio dei lavoratori. Tornano sotto forma di nuovi ricatti occupazionali, maggiore flessibilità imposta, perdita di diritti e di tutele. Il capitalismo non sta tornando nazionale: sta diventando più aggressivo verso il lavoro, utilizzando la crisi geopolitica come giustificazione permanente.

Europa debole, Italia esposta

In questo scenario l’Europa appare priva di una vera autonomia strategica. Dipendente sul piano energetico, tecnologico e militare, subisce le conseguenze di scelte decise altrove. L’Italia è tra i paesi più esposti: forte dipendenza energetica, assenza di una solida politica industriale pubblica, subordinazione alle decisioni delle grandi multinazionali. Ogni shock globale si traduce rapidamente in cassa integrazione, blocco degli investimenti, perdita di competenze e impoverimento dei territori. In realtà come Livorno e Grosseto, dove il tessuto industriale è fragile o in trasformazione, il rischio è chiaro: pagare due volte, come lavoratori e come comunità locali.

Il lavoro come variabile di aggiustamento

Nella transizione verso il mondo multipolare il lavoro viene trattato come variabile di aggiustamento: se l’energia costa di più si comprimono i salari; se cambiano le filiere si licenzia; se avanza la tecnologia si precarizza. Ma questa non è una legge naturale. È una scelta politica. Il problema non è il multipolarismo in sé, ma l’assenza di un progetto capace di governare questa fase mettendo al centro lavoro, industria, diritti e pianificazione pubblica.

Il ruolo del sindacato e il nodo della rappresentanza

Di fronte a questo scenario il sindacato non può limitarsi a una difesa azienda per azienda. Serve un salto di qualità che riguardi anche chi il sindacato lo rappresenta ogni giorno. Ma questo salto è reso più difficile dall’assenza di una legge sulla rappresentanza che riconosca giuridicamente il peso reale delle organizzazioni sindacali e renda vincolanti i contratti sottoscritti dalla maggioranza dei lavoratori. Senza questa legge, al sindacato si chiede responsabilità sociale senza attribuirgli pieno potere contrattuale, mentre il dumping contrattuale continua a colpire il lavoro.

Occorrono quindi scelte nette: una vera politica industriale pubblica, non incentivi senza condizioni; controllo sociale delle transizioni energetiche e tecnologiche; difesa del lavoro stabile come interesse generale; salari adeguati all’inflazione reale; uno Stato che torni anche a essere soggetto industriale, non solo regolatore. Il mondo non sta diventando più giusto. Sta diventando più conflittuale. E quando il conflitto cresce, o il lavoro riesce a organizzare una risposta collettiva, oppure viene schiacciato. 

Il multipolarismo non è di per sé una promessa di emancipazione. Può diventarlo solo se il lavoro torna a essere un soggetto politico centrale, riconosciuto e legittimato anche sul piano democratico. Altrimenti cambieranno i rapporti di forza tra gli Stati, ma nelle fabbriche perderanno sempre gli stessi.

Massimo Braccini, Segretario generale FIOM CGIL Livorno e Grosseto